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La mia prima maestra

Scritto da: Roberta il 01-03-2009 - 09:28 pm

La maestra Persia Testa Marinelli era una donna alta e robusta, con i capelli tenuti corti e un po’ arricciati, un grande seno e gli occhiali dalla montatura scura e rettangolare. Vestiva sempre un grembiule nero, e mentre spiegava teneva a volte affondate le mani nelle grandi tasche. Mi ricordava nell’aspetto proprio mia madre, mentre forse era invece più vicina all’età della nonna, tant’è che all’inizio della quarta elementare andò in pensione. E proprio nel venirci in quei primi giorni di scuola a salutare, per augurarci di continuare con profitto lo studio, mi lasciò il ricordo più bello. Mi regalò il Giornalino di Gian Burrasca, che era forse in tema con la mia vivacità, ma che lei mi consegnò con una dedica affettuosa alla mia bravura che molto mi incoraggiò in quella separazione, che per me fu dolorosa, mi spaventò come di una perdita senza rimedio. La maestra mi aveva accolto nella sua sapienza con molta dolcezza. Le prime lettere a stampatello, i numeri un po’ traballanti erano sempre guardati con ammirazione o indulgenza e vistati con dei grossi brava e bravissima a penna rossa. Ogni nuova lettera dell’alfabeto era illustrata, in un cartellone sulla parete dell’aula, da un oggetto corrispondente per iniziale, come la giostra con la tenda colorata a spicchi, che sembrava correre dietro la lunga bacchetta della maestra Testa, che indugiava nelle spiegazioni delle parole più difficili. E le ore di scuola correvano veloci e serene, con spiegazioni semplici e giochi di tabelline, dettati chiari e tranquilli, letture attente e sempre più veloci e sicure, sforzi sempre premiati da lodi. La mia maestra non urlava mai, come sentivo raccontare di altre, e io tornavo a casa sempre contenta, ed ero contenta la mattina di andare a scuola.
Due tortore grigio e rosa venivano a becchettare le briciole delle nostre merende sul largo davanzale della finestra. E la maestra, per assecondare gli incontri con i volatili, che per noi erano una festa all’ora della ricreazione, fece piantare delle assi di legno per chiudere il davanzale in modo che si potessero trattenere più tranquillamente, ormai da lei adottati come Taddeo e Veneranda. Dopo poche settimane, sul terrazzo della scuola ci fu un’invasione di piccioni e anche il Signor Direttore si convertì a quest’amicizia, fino a comprare una grande voliera così che il terrazzo sembrava, tra le piante e gli uccelli, un giardino orientale. La maestra Testa aveva anche un gatto, persiano come lei naturalmente, che conobbi un giorno che mi invitò a casa con la mia compagna Sabina, e un cane da caccia che spesso però stava con suo marito in paese, e fu così che la maestra decise di andare in pensione un po’ in anticipo, e di trasferirsi con il marito nel paese d’origine, che era in montagna. Non la vidi mai più! Ma per me ancora adesso, come quando passavo di lì e speravo di incontrarla, Torricella è il paese della maestra.



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