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La Malga Posta

Scritto da: Roberta il 27-11-2008 - 10:26 pm

...Decisi così di andare in montagna, a Cortina D’Ampezzo, con la famiglia di Maria Giovanna.
Il professor Barboni aveva il passo lento, sicuro e cadenzato di un vero arrampicatore. Io e Birte lo seguivamo, nei primi giorni della vacanza, un po’ affannate e lamentose. Lei si fermava ogni tanto e protestava, per non prendersela col padre, contro i suoi scarponi. Io cercavo di mettere gli scarponi nei punti esatti dietro di lui, passo dopo passo, sasso dopo sasso, volgendomi leggermente in avanti col corpo, quando il sentiero diventava più ripido, per bilanciare la pendenza e sostenere l’equilibrio, in curva, mentre le gambe salivano.
Lungo una petraia gli stambecchi, in alto, saltavano, e noi ci tenevamo sotto, mute e incantate, un po’ di lato perché il pietrisco sollevato non ci raggiungesse.
Il bosco ci accoglieva nella sua ombra odorosa, con i grandi tronchi alti e le chiome verdissime dei pecci delle Dolomiti, fitti e radi da filtrare il sole a macchie, come una sorpresa che si apriva dopo una corridoio più scuro e ombroso e freddo, con il tepore e la luce che imbeve l’aria, e accarezza la pelle. L’erba e i muschi vestivano a lato il sentiero, gli arbusti annunciavano che un corso d’acqua era vicino.
Arrivati al ruscello sfilavamo calzettoni e piedi dagli scarponi per affondarli, oltre le caviglie, nella corrente gelata. E poi l’acqua a rivoli sul viso, i polsi tenuti in acqua per qualche minuto fino a sentire pulsare le tempie come di una linfa nuova, l’ossigeno che ci inonda fuori e dentro, e respiriamo davvero a pieni polmoni.
La meta era una malga, vecchio riparo dei pastori, ora rifugio per i turisti.
Il professore amava particolarmente la Malga Posta, in cima al sentiero numero 29. Anche d’inverno, in città, il 29 lo faceva pensare sempre a quel sentiero e a quel rifugio. Si arrivava ai pratoni, pianori dove le grandi vette grigie, rosa e delicate delle Dolomiti poggiavano composte, solide e fragili, con le cime un po’ sfrangiate, le malghe con i tavolini al sole, calde di caffè e odorose di marmellate, che il professore spalmava anche su formaggio e homelette e noi come lui, in montagna era un capo indiscusso.

La mattina tornava presto dalla spesa con i panini caldi e i formaggini da spalmare per la gita. In quel luglio del ’77 riuscii a ridurre di molto le mie sigarette, che lui mi diceva a me facevano male particolarmente, e gli credetti. Per me è sempre stato il medico più bravo del mondo.
Quando alla nostra vacanza si unirono anche la signora Elisabetta e gli altri figli le gite diventarono per lo più in seggiovia. Nei rifugi mangiavamo gulasch e il professore era un po’ triste che fossero trascorsi i giorni più sportivi e austeri. Ma con l’arrivo di Maria Giovanna frequentavamo di più il paese e i suoi bar chic.



1 Commento

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Di: Julie Inviato il 25-06-2013 - 07:52 pm



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