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All'Università a Bologna

Scritto da: Roberta il 03-11-2008 - 10:11 pm

Arrivato settembre io e Grazia non avevamo ancora deciso cosa studiare all’Università. Avevamo pensato alla Scuola Interpreti, ma poi qualcuno ci disse che era una scuola troppo tecnica. L’amico Giovanni, che studiava giurisprudenza a Firenze, mi disse che prima che le lingue straniere avremmo dovuto studiare di più la letteratura italiana, e non diceva per scherzo. Decidemmo comunque di partire per andare a Venezia a vedere la Facoltà di Lingue Orientali. Ma arrivate lì, entrare nella facoltà nella calle buia e umida ci immerse in un’atmosfera di poesia e di mistero, ma non ci servì ad avere molte informazioni e chiarimenti. Restò una bella occasione per rivedere Venezia. Andammo poi a Bologna, dove io ero incuriosita dal Dams, avrei voluto iscrivermi al corso di Spettacolo, ma mi dissero che se non avessi poi potuto lavorare in quel mondo non avrei neanche potuto insegnare, perciò meglio lettere, e avrei potuto mettere nel piano di studi esami di teatro e di cinema. Grazia decise poi di iscriversi ad Architettura a Pescara e cominciò la sua avventura nel mondo dell’arte e di estrosi professori, che conobbi in belle serate di festa.
Io trovai in un’agenzia per studenti l’annuncio di una signora che metteva a disposizione una stanza in cambio di qualche ora come baby-sitter. Fu così che conobbi Nicoletta. L’appartamento era in un palazzo piuttosto elegante, in piena città universitaria. La trovai in salotto con i due bambini, Raffaele disegnava su un tavolino basso, Paolo carponava sul tappeto. Rimasi qualche giorno a casa della mia amica Maria Giovanna, che da Chieti era tornata da qualche anno a vivere nella sua città d’origine, e quando risentii per telefono Nicoletta disse che per lei andava bene, la stanza era mia. Così decisi per Bologna e la facoltà di lettere moderne, indirizzo filologico, per polemica verso lo storicismo ad oltranza. Papà a novembre mi accompagnò, con la mia enorme valigia, a casa di Maria Giovanna e mi affidò alla protezione di suo padre. Qualche giorno dopo mi trasferii da Nicoletta, che si era separata da poco e viveva con i due bambini. A Bologna, nei primi tempi, frequentavo alcuni compagni del liceo di Chieti, soprattutto Antonio, da me chiamato To-tò, che alternava alla mensa universitaria la mia, lamentandosi però delle troppe uova! Dallo sguardo nerissimo e inquieto, aveva modi ironici e galanti. Era iscritto a filosofia e mi raccontava con entusiasmo delle sue lezioni, qualche volta andai a curiosare dal famoso professor Melandri. Luciano, il ragazzo di mia sorella Raffaella, venne a pensione dalla Clara, anziana signora dirimpettaia di Nicoletta. A volte veniva da noi la sera a vedere la televisione e spesso si addormentavo stanco sulla poltrona. Qualche volta, finita di studiare la sua matematica difficile di ingegneria, veniva a giocare con i bambini, ma si innervosiva molto a tavola con Raffaele, quando non stava seduto o mangiava con le mani. Raffaele era un bimbo di sette anni, alto, magro e ricciolino, bravissimo a disegnare, soprattutto i fumetti, con i quali costruiva delle vere storie e dei piccoli libricini, con i fogli attaccati con lo scotch. Paolo era un bimbo minuto, con una zazzera di capelli nero corvino e gli occhi altrettanto neri e lucenti. Era un bimbo buonissimo, molto attaccato alla sua dada Iole, lo portavamo ai giardini con il passeggino. Proprio di fronte casa, i giardini del Guasto erano per me un piccolo paesaggio lunare. Il percorso di un lungo sedile di pietra su una montagnola, nascosta tra gli alberi. Ma a Nicoletta non rinnovarono, dopo Natale, il suo lavoro di interprete alla Fiera di Bologna, così io incominciai a pagare la mia stanza da pensionata, 35mila lire al mese, e a stare con i bambini per amicizia, e mano mano quasi come una componente della famiglia.



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