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A Tollo per la vendemmia

Scritto da: Roberta il 02-09-2008 - 02:28 am

Andavo a Tollo per la vendemmia. Le giornate cominciavano col sole. Nella cucina già scoppiettava un tegame nel caminetto, friggevano peperoni e pomodori con gli odori delle erbette, Maria si affaccendava a mettere i piatti in tavola, tagliare col coltellone la pagnotta che teneva abbracciata, mentre scherzava che le signorine si erano alzate! Rientrava Pasquale che scuoteva gli scarponi sporchi di terra, e ci si sedeva attorno al tavolo, Maria riempiva con la cucchiarella di legno i piatti con gli occhi gialli delle uova affogate nel sugo.
Pasquale aveva già fatto due ore di lavoro, gli toccava una bella colazione e pure un bicchiere di vino, noi ragazze era l’aria frizzante, era l’avvenire di quella giornata che già ci spalancava lo stomaco, e di colpo, eravamo pronte a fare le contadine.
Saltavamo dietro, sul motore. Una specie di piccolo trattore, da strada, col traino aperto e noi ragazze tra i bidoni pronti per i grappoli, i trancetti ammucchiati, i teli cerati. Angelo in braccio al padre, cinque anni bastavano per tenere le mani sul volante, Maria sballottolava, piccola e tutta nervi, seduta affianco a quell’omone del marito. Arrivati alle capanne, cariche di grappoli e di pampini, si stabiliva un ordine per la raccolta.
Facevamo uva da vino. Si riempiva “il motore” e Pasquale lo andava a scaricare alla cantina sociale.
L’uva cadeva dai trancetti negli imbuti, pesanti, pieni, e poi giù nel bidone. Messo sghembo a metà tra i filari ogni due di noi che andavamo avanti, io più lenta di Lina. Ma dopo, Pasquale o Maria ripassavano con la testa tra i pampini, e il trancetto tra i virgulti, a raccogliere i grappoletti rimasti un po’ nascosti.
Quando si raccoglieva per la frutta da mandare in Germania, era diverso. Dovevi stare attenta che i grappoli non si sciupassero, che rimanesse sui bei chicchi gialli quella patina opaca.
Camminavamo piano tra le zolle asciutte, si affondava tra la terra e l’erba abbarbicata alle zolle che franavano sotto i nostri passi, nell’odore dolce dell’uva e l’aria leggera della mattina.
Poi arrivava il caldo. Il caldo e la stanchezza, il sudore. Io cedevo per prima. Camminavo più lenta, sbagliavo, mi cadeva un grappolo, tornavo indietro..allora Pasquale rideva, e diceva –ah! So’stanche le signorine, ma riposatevi, basta! E Lina mi passava l’acqua, bevevamo a collo, ci passavamo l’acqua sulla faccia e sul collo, ma mi vergognavo un po’ a fermarmi prima di Lina, che aveva solo un
anno più di me, ma era più forte. Alta, bruna col naso un po’ aquilino e gli occhi neri, svegli di una furbizia buona, solerte a guardarsi bene “le cose sue” che quelli che andavano a lavorare per gli altri, a giornata, quelli che non avevano la terra, li compiangeva.
Lina frequentava le scuole medie. Guardavamo insieme i suoi libri, i libri di storia e di scienze, le pagine sgualcite, girate e rigirate per venire a capo di tutte quelle storie. Lina era svelta, intelligente, a scuola poteva anche continuare ad andarci –ma perché, diceva, che devo andare a fare? C’ho la roba mia, mi guardo la roba mia.- E poi cuciva. Non sapeva stare senza fare niente. Svelta col pedale della macchina, con un bel pezzo di cretonne si cuciva una borsa a tracolla in un’ora. Avanti e dietro le cuciture, gira e rivolta, tira e allunga il filo per staccarlo coi denti. E non le importava di trovare un fidanzato ricco –diceva- tanto la terra ce l’aveva lei, l’importante era lavorare il proprio, l’importante erano le capanne, era l’uva. E la cosa bella era il suo sorriso, la sua gioia, tutta la sua energia.
Io dormivo al lettone con za’ Adelina, la nonna.
Coi sinali neri lunghi, la mattina si pettinava e si rifaceva la crocchia davanti al portoncino che dalla sua camera usciva di lato all’aia. Nell’aria fresca, mi raccontava della guerra, laggiù, laggiù, in fondo alla collina della contrada di Cicchi Sprich c’erano le colline di Colle Secco, e sotto c’erano ancora scavate, sui fianchi delle colline, le grotte, le fosse dove si nascondevano durante la guerra, perché quando erano arrivati gli Americani a Ortona, venivano da lì, c’era la paura delle bombe.
Raccontava dei fratelli, di zì Ricuccio che di terra ce ne aveva tanta, e terra di uva buona, e delle cugine come mia nonna, che era morta da poco, la chiamava Raffaeluccia.



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