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Stella marina

Scritto da: Roberta il 24-07-2008 - 02:47 am

Confusa tra la sabbia, sotto l’increspatura limpida del mare, vedevo a volte muovere, con gioiosa sorpresa, una stella marina. Catturare una stella marina era una vera rarità e anche un rischio. Perché non volevamo rovinarla, come fosse un fiore che staccato dal gambo appassisce e poi muore, sapevamo che già toccandola potevamo rovinare quei filamenti sottili coi quali si muoveva leggera sul fondo del mare. Era difficile resistere però alla gioia di prenderla in mano e guardarla da vicino, dove il suo colore di sabbia rivelava poi zone di rosso misteriose e inaspettate. In genere la stella restava poco nel secchiello, per essere mostrata alle amiche e ai vicini sulla riva, e stupirli con quella meraviglia in movimento di danza nell’acqua, che veniva dopo un po’ restituita al mare, come un bene prezioso. Era apparsa nello specchio d’acqua bassa e limpida della prima mattina, dove la corrente aveva disegnato onde di sabbia leggere, ai miei occhi attenti ad esplorare quel mondo così vicino eppure misterioso, a pochi centimetri dal mondo eppure un mondo sommerso, diverso. Si muovevano i granchi con le lunghe chele e il buffo e velocissimo incedere in diagonale, che avevamo imparato ad afferrare “alle spalle”, con due dita in modo che i loro occhi non facessero in tempo ad avvertire il pericolo e le tenaglie a pizzicarci, e a volte, in modo davvero crudele, gli strappavamo le tenaglie come se dovessimo difenderci in anticipo da un loro morso futuro, e li ributtavamo in acqua che agitavano le zampette, ormai indifesi e non più in grado di portarsi il cibo alla bocca. Non pensavamo, noi bambine pescatrici, che le chele erano il loro mezzo di sostentamento, eppure li vedevamo a volte afferrare e trascinarsi dietro enormi telline, e le telline raccoglievamo e gettavamo con sabbia e acqua nei secchielli per tenere vivo quel mondo marino.
Quando di telline ne raccoglievamo tante per cuocerle poi in padella, con lo spicchio d’aglio e il prezzemolo profumato come le vongole, allora riempivamo i secchielli con una pazienza che durava tutta una mattinata. Erano quei giorni di mare calmo, dove la corrente leggera increspava appena la superficie e le onde piccole rotolavano sulla riva con quel rumore leggero e costante che animava di una musica dolce la spiaggia quasi deserta della prima mattina. Arrivavamo di corsa a piedi nudi mentre il bagnino ancora rastrellava la sabbia, e col secchiello in mano scavavamo nel fondale della secca con la caviglia, cercando nei punti dove la sabbia un po’ mossa sembrava nascondere la conchiglia, o riuscivamo anche a vedere una piccola macchia di un colore diverso che rivelava la valva che respirava fuori della conchiglia. L’allenamento e la sensibilità delle nostre caviglie sapeva individuare all’istante il guscio che plof, era in un attimo nel secchiello. A volte eravamo attrezzate con le retine, ma ci piaceva lavorare con i piedi e le mani, scavare nella sabbia, infangarci e bagnarci, bagnarci le braccia e i capelli lunghi, chine sullo specchio d’acqua bassa e fresca della mattina, profumata di sale e di alghe.



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