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You hav'got a friend

Scritto da: Roberta il 21-06-2008 - 02:35 am

Era l’estate del 1978. I verdi e l’ecologia erano parole ancora per noi sconosciute. Io e Grazia eravamo ad Eindhoven, città olandese della Philips, ospiti a casa di Ans, conosciuta a Bologna, e dei suoi amici.
Ragazzi che facevano lavori saltuari, viaggiando molto per il mondo, ma che per loro fortuna godevano in quegli anni di un sussidio di mantenimento che in Olanda davano ai giovani. Ragazzi che suonavano le chitarre e fumavano spinelli liberamente, con l’erba della marijuana coltivata in giardino, o con l’hashish che vendevano nei bar.
Erano tutti ragazzi molto amanti della natura. E ci portarono un giorno ad una festa nel parco dove, per la prima volta, sentimmo parlare di vegetariani e cibo biologico. Una festa a base di torte di verdura e centrifugati di frutta, dove sul prato i vestiti colorati e i capelli lunghi, le borse di stoffa e la musica, creavano una vera atmosfera da festa hippy, come vedevamo nei filmati dei primi anni settanta.
Ragazzi semplici. Hans musicista e Jonk ironico, Bick con le tre scimmiette della saggezza cinese nella camera che avevamo occupato in sua assenza, Ans con la sua dolce malinconia. Marilise e la sua squadra di pallavolo, e Rija con il suo boyfriend inglese bellissimo, Nick.
Cucinavano molte patate e homelette, mangiavano yogurt e un burro salato buonissimo spalmato su un pane tutto mollica, morbido, che dopo un po’ disturbava noi abituate a un gusto meno dolce. Cucinavamo ogni tanto la pasta al ragù, al quale però a loro piaceva mischiare verdure.
Rija lavorava in un’agenzia che dava lavoro e ci procurò una sostituzione di due settimane in una fabbrica che produceva pani e dolci.
Io e Grazia ci avviammo entusiaste, con il nostro regolare cedolino di ammissione, di aver trovato facilmente un lavoro che ci permetteva di pagarci le spese e prolungare la vacanza.
Ma già dopo poche ore eravamo distrutte. Messe ad infornare da un lato e sfornare dall’altro plumcakes colati quattro alla volta in stampi di ghisa, le nostre braccia non reggevano lo sforzo. Non rendendoci conto, la mattina non ci eravamo tolte le maglie di lana e una volta alle macchine, tutte sudate, non avevamo neanche il tempo di levarcele e poggiarle da qualche parte, fino alla pausa caffè. Per fortuna che poi ci spostarono a una macchina che imbustava panini e anche se era comunque un lavoro fisico al quale non eravamo abituate, non rischiavamo di crollare sotto il peso dei pentoloni.
Abbiamo così conosciuto la catena di montaggio.
Contare le pile di panini che ti corrono davanti sul nastro, sincronizzare i tempi per fare i gesti al momento giusto e regolarti sulla velocità della macchina. Se a volte bloccavamo la macchina perché non ce la facevamo a tenere il ritmo, arrivava subito il caporeparto a riaccenderla, stupito della nostra facile stanchezza. Era un grande ambiente pulitissimo, dove tutti avevano cuffie in testa. La sala del bar sembrava quella di un ospedale, nel suo anonimato. Ma l’ultimo giorno ci prendemmo un grande divertimento! In una sala riempivano dolci di creme. C’erano grandi contenitori ricolmi di crema gialla, nocciola e verde di pistacchi, e trovatili incustoditi, ci prendemmo la soddisfazione di affondare le mani e assaggiarle!
Vicino casa c’era un parco con grandi querce, dove Jonk passeggiava. Jonk che soffriva di depressione, ma se rompeva i suoi tristi mutismi parlava tanto e si sforzava molto di farsi capire. Parlavamo in inglese, anche tutta la sera, quando il gruppo si riuniva in casa, bevendo birra, se non andavamo al pub.
Rija ci invitò un giorno nella fattoria della sua famiglia. Una casa bianca col tetto a cono ricoperto di paglia scura, sui campi le grandi vacche pezzate e nella stalla della mungitura gli zoccoli olandesi che usavano davvero, non per folklore. Nei campi, dove svettava il mulino a vento, la famiglia di Rija coltivava anche i tulipani.
Erano ragazzi che amavano la musica e la natura, i viaggi e l’amicizia. Non gli importava di fare lavori umili, alcuni viaggiavano lavando piatti nei ristoranti, per loro cultura era conoscere altri giovani e modi di vivere.
Il giorno della partenza cantavamo, con le lacrime agli occhi- You’v got a friend!-



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