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Il giardino di Adelina

Scritto da: Roberta il 20-02-2008 - 10:02 pm

Sulla brecciolina del giardino di Adelina avanzavo con i piedi contratti per resistere al dolore. Ma era come un istinto animale, camminare scalza e quasi nuda passando pian piano oltre le casette. O dal lato della baracca delle biciclette, tra le piante dei pomodori e la pergola carica di uva bianca, i grandi girasoli con i chicchi neri, pieni e maturi, che andavo a spiluccare, e i fili con i panni stesi sul pozzo. O dal lato che portava, stradina più stretta e in ombra, con qualche brivido, tra la pergola e un magazzino, al lavandino dove lavavano anche i piatti. Stradine che si ricongiungevano davanti al sottoscala dove d’estate viveva la padrona di casa, la vecchia e temibile Adelina. Era una vecchia grassa e sdentata, che stava sempre seduta, tutta vestita di nero, su una sedia davanti alla porta-finestra. Era una vecchia amica di mia nonna, dai tempi della gioventù, quando sua cugina Rosalina aveva sposato un francavillese ed erano iniziate le gite e i bagni a quei lidi. Sedevano le due vecchie chiacchierando lente, Adelina trascinando un po’ la voce, mia nonna sempre la più silenziosa, Adelina si lamentava dei suoi acciacchi, ma soprattutto delle sue cugine, che lei chiamava “le sciagurate donne” e che le avevano, secondo lei, rubato una proprietà.
Adelina, pur lamentandosi sempre della sua cattiva digestione, era capace di bere anche cinque e sei uova fresche una dietro l’altra. Diceva che quelle sì che le facevano bene! Le bucava ai due estremi e poi succhiava l’uovo come se niente fosse, in un attimo, poggiava il guscio e cominciava l’operazione con quello successivo. Adelina aveva tre figli. Del figlio in Germania si diceva che fosse il gemello di Gino, che lavorava in un cinema e per questo ci sembrava un uomo misterioso e importante. Angioletto era la consolazione e la pena della mamma, che diceva di lui che era troppo buono e che non trovava lavoro perché la gente era troppo cattiva per lui. Angioletto noi lo vedevamo sempre che aveva da fare a pitturare cancelli o pattini, aggiustare biciclette, e poi mettere pattini bianchi e azzurri in mare e pedalare sul viale su biciclette un po’ arrugginite. Spesso Angioletto cantava, o parlava da solo, ma a volte ci fermava, con i nostri amici un po’ più grandi, per raccontarci che suo padre aveva conosciuto D’Annunzio e il pittore Francesco Paolo Michetti. Allora Angioletto mischiava qualche verso dannunziano con i ricordi di discorsi, racconti di incontri con il poeta che gli aveva raccontato suo padre. Prima della nascita delle gemelle andavamo in una casetta che aveva la finestra sulla spiaggia e mamma allungando le braccia ci depositava direttamente sulla sabbia calda. Poi salimmo all’appartamento della casa padronale, che aveva una rampa esterna sul giardino, e aveva dentro bagno e cucina. Ma a me piaceva andare a bere l’acqua alla cannella del lavandino in giardino e il piccolo labirinto di casette e verzura che separavano la casa dalla spiaggia faceva parte del paradiso dell’estate. Tra le siepi di pittosforo nascevano fiori che diventavano unghie stregate e rosse per le nostre mani, dall’uscio di legno sprangato di una delle casette il vecchio Francescangeli faceva comparire meravigliosi libri dalle copertine rosse e le scritte dorate e un’estate me ne regalò proprio uno così. Con le pagine un po’ ingiallite, ma dalla copertina fiammante, ogni capitolo iniziava con le lettere che sembravano fiori o animali, aveva pagine disegnate con dame con lunghi vestiti e cappelli, era un libro che riuscivo appena a sillabare ma mi sembrava pieno di promesse e sorprese, ed era le Piccole Donne, un libro che sarebbe diventato nella mia vita molto importante.



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