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La casa sul teatro

Scritto da: Roberta il 15-02-2008 - 11:37 pm

Il teatro romano era sotto le nostre finestr e c’erano due modi per entrarvi. O scavalcando la ringhiera di ferro che lo circondava, o da casa della signora del piano terra, che per via del negozio chiamavamo la cantiniera, e che aveva un balcone con due gradini che scendevano proprio nell’arena. Le fondamenta della casa occupavano la scena e scendendo nei fondaci si potevano vedere pezzi di mura romane. Non era però l’interesse archeologico a spingerci oltre la ringhiera, ma quello per l’avventura. Gran parte delle scale dell’anfiteatro, chiamato così perché in vista era solo il semicerchio, erano diventate un declivio a conca ricoperto di erba.
Ma su uno dei lati, sotto un pezzo di muraglione, c’era una vera e propria caverna. Per noi avventurarci nell’antro scuro era un’impresa da esploratori, anche perché per accedervi c’erano solo stretti passaggi di pietre sconnesse, traballanti e pericolose, e quindi l’impresa era tanto più avventurosa quanto più rischiosa. Nicola e Carlo, nostri amici del palazzo, erano più coraggiosi di noi bambine e ci facevano strada tra scale, zolle e sconnessure. Raccoglievamo bastoni, spostavamo pietre, intrepidi in colonna e poi in ordine sparso, era un andare e tornare, giocare a chiamare e a nasconderci, un po’ fingendo paura e un po’ impauriti davvero, felici di avere proprio sotto casa un mondo che per noi era non tanto romano, quanto primitivo, proprio degli uomini delle caverne. Quando a undici anni ebbi in regalo i primi sci, dall’amico di mio padre Vittorio, per me veramente lunghissimi, e venne giù la neve a coprire il teatro, io me ne andai un giorno a sciare in diagonale sul pendio delle gradinate. Con forza e tenacia risalivo con gli sci a scaletta, cioè passo passo, e per una discesa che durava forse un minuto, ne impiegavo dieci o quindici di fatica per risalire. Andai avanti così per tutta una mattinata, con mia madre come spettatrice divertita, sul balcone della sala da pranzo. Come brillava la neve sull’erba e sulle pietre del teatro! Senonché la neve non era battuta, ma soffice, e gli sci affondavano e incontravano sassi che stridevano al passaggio degli sci, e mi facevano tremare pensando a quante strisciate avrebbero rovinato la soletta. Ma insistendo nel mio andirivieni piano piano un tratto di neve soffice e alta era appiattita e segnata dalla scia delle mie discese e salite, una bianca geografia del mio divertito e faticoso percorso che continuavo a tracciare, sudata, vestita di tutto punto in giacca a vento e guanti da montagna, col naso e le guance rosse e accaldate dal freddo e la gioia di muovervi nell’aria fresca e al sole che faceva scintillare tutt’intorno. Ci riprovai ancora, a sciare, sui resti del teatro, coraggiosa e infaticabile fino a quando la neve, calpestata e mischiata all’erba, non diventava pappa. Neve zuppa, infangata, ormai troppo pesante e anche un po’ pericolosa per gli sci e le mie gambe. Allora mi mettevo gli sci in spalla, li buttavo oltre la ringhiera e poi di nuovo in spalla, sul marciapiede di mattonelle rosse, a passi incerti con gli scarponi slacciati alle caviglie, come tornassi dai campi da sci, risalivo su a casa per tornare, dal balcone, a dare uno sguardo al mio campetto privato, un fazzoletto di prato, la scena del mio teatro.



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