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"I grandi maestri" di Enzo Bianchi

Scritto da: Roberta il 23-03-2009 - 04:33 am

Uno di questi grandi maestri anonimi, perō, č stato per me un vicino di casa, Pinot: non sposato, viveva con una nipote ed era sovente preso in giro per una malformazione del cuoio capelluto - lo chiamavano Furmaggetta. Aveva un bellissimo orto in un terreno che in seguito dovette cedere per fare spazio alla costruzione della cantina sociale del paese: Pinot ogni mattina scendeva nell'orto a lavorare per poi tornare a casa verso le undici con ortaggi e verdure che servivano per il pranzo e la cena. Bambino di una famiglia che non possedeva appezzamenti di terra perchč il padre non era contadino, io ero molto incuriosito dal lavoro agricolo e sovente, fin da piccolo, mi accodavo a Pinot e scendevo con lui nell'orto. Quell'uomo semplice e buono mi ripeteva sempre: "ricordati che per fare un orto ci vuole acqua, letame, ma soprattutto una ciučnda!" Sė, per l'orto non basta che ci siano gli elementi che fanno crescere una pianta, ci vuole anche la ciučnda, la recinzione fatta di canne - pių tardi sostituita dalla rete metallica - e di pali che protegge l'appezzamento di terra dagli animali che minacciano di devastarlo: cani, conigli, a volte il cinghiale, pių raramente anche altre persone attratte dall'idea di poter raccogliere senza aver seminato. Cosė, alla fine dell'inverno e anche ogni volta che si apriva qualche varco, aiutavo Pinot a riparare la ciučnda e pių che i segreti della coltivazione degli ortaggi imparavo una lezione di vita perchč l'orto č una grande metafora della vita spirituale: anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L'orto, come lo spazio interiore della nostra vita, č luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo cosė, nell'attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrā dare frutti e suo tempo.

Enzo Bianchi, da "Il pane di ieri"



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