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Inizio il blog dalle prime pagine della mia autobiografia

Scritto da: Roberta il 11-12-2007 - 10:18 pm

Sono nata a casa di nonna Raffaella, in un paese abruzzese di verde collina che molti anni più tardi ribattezzai Tetinopolis, come luogo mitico e antico, se nel 1957 donne istruite, come mia madre, preferivano ancora partorire in casa invece che in ospedale.
So che nella grande camera da letto, insieme all’ostetrica c’erano due zie che andavano e venivano con bacinelle e acqua calda, mentre nonna aspettava in cucina con mio padre, che fu ad un certo punto mandato a prendere, finalmente, un ginecologo. Non era prevista la sua presenza, come se il parto dovesse essere una cosa naturale e di donne, ma per fortuna l’ostetrica si decise ad accettare un aiuto quando vide che ci mettevo troppo tempo a sbucare con la testa al mondo, e mio padre tornò più tranquillo col famoso dottor Zulli. Zia Lidia, che figli non ne ha mai avuti, mentre la sorella partoriva aveva anche lei dolore alla pancia e per incitarla spingeva, così che alla fine le facevano male i reni. Già da allora mi ha adottato, e io lei, come un’altra mamma. Restammo a vivere a casa di nonna. I miei genitori lasciarono i loro mobili nuovi in una casa in cui avevano abitato in quel primo anno di nozze e si installarono, aggiungendo una culla, nella camera da letto dove mamma mi aveva partorito.
Per molti mesi mamma non si separò un attimo da me. Bevevo latte dal seno e, anche se non lo ricordo, la sensazione dell’abbraccio di mia madre, che non è poi stata di molte effusioni, è una sensazione ancestrale e certa, come un primo e definitivo sguardo sul mio viso neonato, uno sguardo come un battesimo.
La prima volta che i miei genitori decisero di andare una sera al cinema dopo il mio arrivo avevo ormai quasi dieci mesi. Ma mi svegliai subito dopo la loro uscita –raccontò poi mia nonna – e né lei né zia Lidia riuscirono a consolare il mio pianto finché non tornò mamma e mi calmò e addormentò sulle sue braccia. Subito dopo lo svezzamento, non volevo mangiare la carne. Non mi piaceva, o forse mi annoiavo a masticare, così mamma escogitò di portarmi lungo la scalinata del palazzo e, seguendomi con il piatto, mi convinceva a masticare un pezzetto ad ogni gradino. Fin dall’inizio si confermò la sua vocazione, alla quale mia madre non ha ancora per fortuna abdicato, di nutrice. In qualsiasi circostanza della vita, per lei cucinare, preparare dolci e darci da mangiare è il modo più istintivo per rassicurarsi e dimostrare il suo affetto.
I primi ricordi che ho dei miei cugini Marco e Mara, di poco più grandi di me, sono a casa di nonna Raffaella, Mara con i boccoli biondi e Marco con i pantaloncini corti, mamma che mi misurava degli scarponcini di Mara e controllava quant’ero cresciuta. Li ritrovo nelle foto del mio primo compleanno, e continuarono quelle feste nel soggiorno della casa di nonna con i due cuginetti, le zie, le amiche vicine di casa e le sorelline fino a quando di anni ne ho compiuti sei, e ormai abitavamo per conto nostro.
Quella è rimasta la casa della mia infanzia, degli anni più felici e sereni, vissuti tra tanti affetti e attenzioni che ancora oggi per me tornare in quella che è ora la casa di zia Lidia mi dà un grande senso di tranquillità e di benessere.
Il soggiorno era occupato al centro da un grande tavolo di legno scuro, così robusto e pesante che due persone insieme lo spostavano a fatica. Il tavolo era coperto da una spessa tovaglia damascata, con le frange intorno, e al centro c’era sempre un piatto di bella ceramica fiorata. Su un lato svettava un’enorme macchina da scrivere, alla quale spesso zia Lidia sedeva la sera trascrivendo tesi di laurea che molto anni più tardi qualche volta le avrei dettato. Ma quando ancora non arrivavo con le mani alla tastiera, mi sporcavo di inchiostro nero con i fogli di carta carbone che afferravo per curiosità e impertinenza. La finestra si apriva sulla via principale di fronte alla Caserma Berardi, che si rifletteva, tra le chiome delle acacie, sui vetri della credenza. Tra tazzine dorate e bicchieri di cristallo era poggiata qualche fotografia in bianco e nero, mentre il mezzobusto della bisnonna Cristina, in un quadro alla parete con una cornice nera, ci guardava con la fierezza di una vecchia indiana d’America. Sotto il ritratto era poggiato alla parete un divanetto che era fonte per me di stupore. Perché sollevando i cuscini e la rete sottostante compariva un grande cassetto ricolmo di libri, che mi mettevano allegria. Da quelle figure e quelle pagine che mamma e zia Lidia sfogliavano, sedute accanto a me sul divano, saltavano fuori personaggi e storie meravigliose, colori e giocattoli, fiori e animali, un mondo pieno di sorprese e novità.
Sul tavolo del soggiorno zia Lidia disegnava per me grandi fiori rossi su enormi fogli bianchi, fiori sempre uguali, di quattro petali a forma di cuore, e la regolarità di quei disegni hanno fatto sì che per molti anni per me i fiori fossero proprio quelli inventati da zia Lidia, che non assomigliavano a niente che io abbia mai visto in natura.



4 Commenti

interessante. Vediamo come prosegue questo blog.

Di: Mario Inviato il 11-12-2007 - 09:57 pm


Ciao Rob,
ti lascio un mio commento e un commento non mio ...
Sai già che mi piace molto come scrivi (dalle tue prime poesie che ancora conservo), ma questi "fazzoletti" di biografia mi hanno affascinato ancora di più. Uno dei motivi è che adoro le biografie e le autobiografie. E' come se mi calassi negli occhi e nel cuore di chi scrive e il mondo è sempre più grande -there's such a lot of world to see - L'altro, e specificatamente nel tuo caso, è che i luoghi che descrivi li conosco, conosco le tue foto da piccola e ti ho visto crescere tra un'estate e l'altra fino a diventare la donna che sei ora. Ecco, io non c'ero, naturalmente nella tua vita, ma le descrizioni così precise e delicate dei luoghi e degli avvenimenti letti fra queste pagine mi hanno fatto tornare in mente la mia infanzia sotto casa tua e mi hanno riscaldato il cuore.
La prima immagine che mi viene in mente su questo libro, che leggerò, è come se le tue poesie, i tuoi scritti... messi qua , su internet ...fossero dei petali di fiori buttati al vento e al mondo. Una pioggia profumata che ti cade sulla testa.
L'altro commento non mio è una poesia di uno dei miei autori preferiti e penso che questo sia il posto giusto per "regalartela". Lui la scrisse alla figlia, tu ne hai una bellissima, ma è anche vero che ogni cosa che si scrive è come aver partorito un altro figlio adorato, per cui ...

"Maestosa, magica
infinita
la mia bambina è
sole
sul tappeto.
Fuori dalla porta
raccogliendo
un fiore, ah!
Un uomo vecchio,
rovinato da battaglie,
emerge dalla sua
sedia
e lei mi guarda
e vede solo
amore,
ah! e io divento
vivo al mondo
e in risposta amo
proprio come era giusto
che facessi".

Charles Bukowsky

Ti mando un grande abbraccio

Carola

Di: carola Inviato il 02-03-2008 - 06:33 am


e io ti voglio bene, Carola, com'è giusto che sia, per la tua delicatezza e poesia

roberta

Di: roberta Inviato il 05-03-2008 - 08:20 am


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Di: shoe lifts men Inviato il 25-06-2013 - 07:57 am



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